Quando Michele di Potenza incideva il suo LP, la musica etnica non andava di moda. Nemmeno quella africana.
Incidere quell'album equivaleva, lo ricordo bene, ad ascriversi volontariamente tra i cittadini di serie B: quelli provinciali, quelli gretti e incomprensibili, quelli indegni di presenziare alla vita civile.
Oggi Michele tornerebbe da trionfatore a Potenza, vero? La sua musica la ascoltano i giovani, e nel rinnovato interesse per la musica "folklorica", lo inviterebbero gli intellettuali della città, tra una pizzica e l'altra, a discutere di Basilicata e di futuro.
Ma, forse, questo nuovo mondo, che lo osanna come un grande, apparterrebbe a Michele quanto i vecchi anni '70 della musica moderna e rockettara. Proprio niente.
Michele di Potenza era un cantante popolare, vicino alla gente semplice.
Negli anni in cui si intonacavano le pietre a vista dei sottani di via Pretoria, per renderli più presentabili, lui cantava i muri anneriti dalla fuliggine, vantava la puzza di fucagna e gli antenati ignoranti.
Oggi, che quegli ingrati intonaci vengono grattati via, e tutto si ammanta di un fine gusto finto rustico, uno come lui forse non avrebbe nulla da dire.
Forse, nel bel mezzo di qualche raffinata serata in piazza Prefettura, di nascosto salirebbe sulla prima Uno Abarth di passaggio, lasciandosi alle spalle una coda fumosa di additivo octane-booster e bachata.
Chissà, forse così capiremmo qualcosa.
lunedì 12 ottobre 2009
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